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Per una critica quasi apocalittica dei costumi
CULTURA
4 ottobre 2007
La cultura taglia il lato della mano
Possedere una buona cultura umanistica  quando si vive in un ambiente di profondo degrado civile, antropologico e ambientale è nel migliore dei casi un'arma a doppio taglio. Se poi non la si usa per incidere su questa realtà è un'arma che taglia soltanto la mano di colui che la impugna e tanto più profondamente quanto più è smussata la lama dalla parte della punta.
Se non si riesce a calarla nella propria vita professionale è già in parte frustrante ma se non si ha il coraggio di adoperarla come strumento di critica dell'esistente essa diventa un inutile peso.
Questo perchè la conoscenza della storia ci fa apparire il presente non come una fatalità ma come qualcosa che è tale per una serie di cause e che potrebbe quindi essere cambiato agendo su queste cause. La letteratura ci fa immaginare modi di vivere diversi, spiritualmente più profondi, ci rende sensibili al valore della bellezza  e ci fa temere per la sua vulnerabilità( ad esempio quella di un paesaggio minacciato da costruzioni abusive).
Una volta esisteva la cultura impegnata. Essa talvolta  si lasciava metter in riga  in riga dai segretari di partito ma in alcuni casi era autentica cultura.
C'è una scena del film "Mio fratello è figlio unico" in cui il fratello del protagonista, un leader sindacale o di partito presenta una esecuzione della Nona di Beethoven da parte di un gruppo di musicisti del conservatorio in sciopero. Egli dice  - se ricordo bene  - che l'arte senza la politica è masturbazione e la politica senza arte è retorica. Al momento in cui il coro canta l'Inno alla Gioia le parole in tedesco vengono sostituite con i nomi dei protagonisti  storici del comunismo. L'effetto è terribilmente ridicolo. Tuttavia le parole che il leader politico dice  prima dell'inizio dell' esecuzione se non le si intende come una teorizzazione dell' asservimento della cultura alla politica hanno un fondo di verità che oggi dovrebbe farci riflettere.
Oggi invece la cultura oscilla tra status symbol e gingillo autoconsolatorio e ha come corrispettivo il degrado mediatico ( a sua volta propiziato da intelllettuali: registi di programmi, esperti di comunicazione di massa, ecc.).
Insomma da una parte abbiamo Ghezzi verso le due di notte che in un linguaggio incomprensibile ci presenta dei bei film e dall'altra i Grandi fratelli, le Marie di Filippo per tutta la giornata.
Non c'è più un arte che sia al contempo colta e popolare. Chi si ricorda più della televisione di Gassman, degli sceneggiati tipo "Fratelli Karamazov" , della musica di Mina?
Oggi impera l'auditel ma esso è una finzione.
Nel paginone centrale di molti quotidiani  tipo La Repubblica c'è la cosidetta Cultura, un insieme di articoli la cui lettura è raccomandabile per conciliare la digestione su di una poltrona.
Si salva solo il Manifesto che anche quando parla di letteratura cerca di collocarla in un contesto sociale e storico e collegarla alla vita concreta.
Come dicevo la cultura non usata taglia soltanto mano di chi la impugna. Per chi vive circondato dal degrado  é uno stato di  veggenza insopportabile.
Non si può leggere Proust se sotto al balcone senti urla beluine,  musicaccia proveniente da sterei tenuti ad alto volume, sgommate di autisti che credono di essere al circuito di Montecarlo, insulti, minacce, litigi tra delinquentelli in erba. Ma - aggiungerei - non si può leggere Proust con buona coscienza se non si cerca nel proprio piccolo di combattere il degrado.
Si percepisce troppo acutamente il distacco tra il l'essere e il dover essere( per esprimermi  filosoficamente) proprio perchè non si fa  nulla per colmarlo. E questo è pericoloso, genera isolamento, ricerca spasmodica di evasione,  quello che gli psichiatri con termine freddo e tecnico chiamano dissociazione, forse anche follia...


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permalink | inviato da oblomov69 il 4/10/2007 alle 18:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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